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Sessualità (prima parte)

 

Sessualità Lo sviluppo sessuale è presente in ogni fase di crescita del bambino. Sarebbe bene pertanto, saper affrontare l'argomento durante ognuna di queste fasi, direttamente con i figli, non appena possano essere nostri interlocutori.

La sessualità è un fatto fisiologico, ma l'identità sessuale si costruisce però dalla fase preadolescenziale in poi. Una prima chiara manifestazione di questo processo è una serie di cambiamenti a livello corporeo, diversi per maschi e femmine.

Su questa diversità di sviluppo, tra ragazze e ragazzi, si giocano curiose differenze di comunicazione e di comprensione dei fenomeni: una, esemplare, è quella che riguarda l'esordio dei giovanissimi a una sessualità puberale. Mentre infatti il ciclo mestruale è un fenomeno noto e accettato (e su questo evento madre e figlia si confrontano spesso, prima che si manifesti), per quanto riguarda il maschio e la sua prima polluzione notturna rimane un velo di mistero e di silenzio. Eiaculazione e masturbazione dovrebbero essere argomenti da trattare con i figli senza timore, e per tempo.

Diventare uomini sul piano biologico è qualcosa che interessa la fase preadolescenziale: non bisognerebbe aspettare di arrivare alla sessualità matura per poterne parlare.

La sessualità è un fatto fisiologico, e l'esordio sessuale, con le sue scoperte, non ha una data fissa. Di più. Non è un evento situato in un punto preciso del tempo, ma piuttosto un processo, che può essere anche molto lungo.

Occorre educare i nostri figli alla gradualità; insegnare ai ragazzi e alle ragazze, tra l'altro, anche a chiedere e a saper dire di no, cose che sembrano scontate e non lo sono affatto.

Come? Inutile ribadirvi per l'ennesima volta che non esiste un manuale del genitore perfetto dove trovare la giusta risposta a tutto. La modalità come sempre è lasciata alla creatività di ognuno, senza mai dimenticare che parlare parlare parlare, ma soprattutto ascoltare rimangono sempre la miglior strategia.o

Articolo pubblicato su lenuovemamme.it

 

Educazione, sessualità, social

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Parlavamo qui qualche mese fa di come sia difficile e per nulla scontato, parlare di sessualità con i ragazzi, ribadendo che educare alla sessualita significa educare alla vita. Leggi

Affettività e fermezza

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Qualche anno fa ho frequentato alcuni corsi sulle dinamiche genitori/figli, davvero molto utili. In quelle occasioni da mamma ‘ripetente’ ho preso tantissimi appunti. Li condivido con voi tutti, riordinandoli per l’occasione, perché rileggendoli, anche a distanza di tempo, mi sono resa conto che non hanno affatto perso la loro attualità.

Partendo dalla certezza che educare significa tirar fuori, che l’educazione è una relazione a due e che la figura dell’educatore (genitore, insegnanti, catechisti, allenatori ecc.) è oggi leggermente in crisi, la diversità tra l’educatore e l’educando sta nel ruolo che deve rimanere sempre distinto e ben differenziato: figlio/studente e genitore/insegnante.

Che caratteristiche quindi dovrebbe avere l’educatore e quali modalità di porsi?

L’educazione implica inevitabilmente il riferimento normativo, le regole, gli obiettivi, le prescrizioni, i valori, le finalità. La dinamica è sempre uguale l’educatore che richiama e l’educando che tende comunque a mantenere il suo spazio.

Ricordandoci che in fase evolutiva, il dire NO ad ogni domanda del genitore è fisiologico e inevitabile, l’azione educativa ha lo scopo di educare comunque all’autonomia e allo sviluppo della libertà. Si tratta, pertanto, di ricercare modalità autorevoli che sostituiscono quelle di tipo autoritario.

Molti comportamenti infantili, adolescenziali, giovanili sono da interpretare come comportamenti di esplorazione del limite. Esplorare il limite è normale, ma fino a dove posso arrivare (l’educando)? Occorre qualcuno che dica anche dove si può arrivare (l’educatore).

L’incertezza si supera attraverso poche ma stabili certezze.

L’incapacità di stabilire regole e limiti ostacola la formazione di quelle sicurezze di base che sono strumenti indispensabili per affrontare l’incertezza. Occorrono regole che diano sicurezza.

Bisogna trovare l’alternativa al padre Edipico autoritario e l’alternativa, come dicevamo, è il padre autorevole che non impedisce e non priva l’altro della propria autorealizzazione, ma al contrario la facilita e la promuove. Dobbiamo avere una funzione di promozione dell’individualità in quanto educatori, pertanto anche attraverso confini e regole. Sembrerebbe una contraddizione ma non lo è affatto.

Il binomio vincente è proprio affettività e fermezza!

Servono educatori che sappiano accorgersi dell’altro, di come sta, di cosa vuole dirci in quello strano modo e con quel suo strano comportamento. Il nemico dell’educazione è proprio l’indifferenza.

Se un padre si trova di fronte ad un comportamento del figlio adolescente che non approva deve mostrare il suo disappunto, il suo dissenso ma deve anche aggiungere -ricordati tuttavia che qualsiasi cosa tu faccia, io ci sono sempre e ti voglio comunque bene -“ (Andreoli 2002).

E’ un problema di comunicazione separare ciò che si fa da ciò che si è (ti impedisco una certa esperienza, me ne assumo le responsabilità, ma ti amo comunque).

In tutto ciò vale molto anche il tono e il modo in cui si dicono certe cose, occorrerebbe avere un tono fermo, deciso e caldo.

L’unica certezza che si ha e che non si può non educare, genitori ed insegnanti non possono sottrarsi a questa responsabilità né possono circoscriverla a pochi momenti istituzionali” (Ciucci Giuliani 2005).

Essere credibili per noi educatori oggi è difficilissimo, bisogna avere il coraggio di parlarne, significa testimoniare e avere il coraggio anche di cambiare se necessario.

Questi sono anni di confusione di ruoli e di relazioni, mamme amiche, padri che delegano….

Un genitore è percepito guida autorevole quando gli vengono attribuite competenze oggettive e normative e quando, per la sua percepita ed accettata superiorità, interviene in modo costruttivo attraverso funzioni orientative e regolative” (M. Weber 1974).

Una guida è autorevole quando, il rispetto meritato, gli viene riconosciuto non perché impone la sua autorità, ma perché riesce a far sentire gli educandi protagonisti del proprio agire.

“L’autorevolezza non è un bene che si può acquistare al supermercato e nemmeno una quantità che si ottiene automaticamente generando un figlio. E’ uno status che affonda la propria costruzione nell’intera vita di una persona. E’ una caratteristica che si conquista, è uno stile di rapportarsi, è presenza anche se non si è lì fisicamente in quel momento” (Andreoli – 2004).

Come sempre la teoria è una bella cosa, è tradurla nel quotidiano che diventa mission impossible!!!

Ne parlo qui su LNM

Cambiare scuola

20130904-175250.jpgNell’ultimo post sulla scuola, parlavamo della volontà di figlio n.3 di cambiarla.
In effetti ci sono alcune motivazioni che condividiamo, oltre al fatto che quest’anno anche figlia n.4 inizierà lo stesso indirizzo scolastico, ed in effetti le avevamo già cambiata istituto.
Pensarli la mattina andare via da casa facendo la stessa strada, loro che sono come cane e gatto, non è il massimo, ma potrebbe essere invece l’inizio della svolta, dovranno crescere pure loro no?

Ma quello che mi preme commentare è la questione più prettamente “burocratica”..
Capisco il problema della perdita di posti di lavoro, ma in virtù di questi tanti studenti che se ne stanno andando via, con il rischio di non avere i numeri necessari per tenere in piedi una sezione e quindi la perdita di cui parliamo, tu preside, voi professori tutti non vi viene forse in mente che qualche problema lo avete?
Ok mio figlio inizierà il terzo anno alla stessa scuola, per evitare problemi, e solo dopo una settimana mi daranno il nullaosta (in questo modo risulteranno un tot di studenti frequentanti e nessun rischio per nessuno); ma sempre e solo di numeri nella scuola dobbiamo parlare?
A nessun professore è venuto in mente di chiedersi perché tanti studenti arrivati al terzo anno fuggono da quell’istituto che ai miei tempi era la meta privilegiata per tutti noi?

Essere educatori oggi non significa essere solo esperti della propria materia, ma occorre diventare adulti si riferimento.
Non per niente “educare” vuol dire tirare fuori, in questo senso ha proprio il significato di riuscire a capire quali sono i talenti di uno studente per aiutarlo a svilupparli, a farli diventare potenzialità che in futuro gli permetteranno di districarsi nella vita.

Niente di più difficile indubbiamente, ma niente di più lontano dalla scuola di oggi, purtroppo.

Scelte

20130807-112918.jpgTutto avrei immaginato, ma mai che volesse fare domanda per entrare nell’eserciro come volontario per poi accedere al concorso per intraprendere la carriera in Poliza dello Stato!

Dovrei essere felice solo per il fatto che dopo la maturità il suo “mamma dammi un po’ di tempo per pensare a cosa voglio fare”, è stato davvero breve. Già mi figuravo un anno sabbatico in cui penare per il suo non fare niente, arrabbiarmi nel vederlo bivaccare senza nessuna idea, senza nessun obiettivo. Invece ecco la sua richiesta, mi piacerebbe entrare in polizia passando attraverso la ferma volontaria di 1 anno. Sei sicuro figlio? Hai che di che vita ti attende?

Sapete che mi ha detto? Si lo so e credo di aver bisogno di essere messo in riga.
Un colpo al cuore, tutto quello allora in cui ho sempre creduto, regole condivise, dialogo, nessuna imposizione se non compresa ecc. ecc., tutto sbagliato.
No, insiste lui, anzi mamma se me ne sono accorto da solo vuol dire che tu mi hai cresciuto bene….
Va be facciamo finta di si.
Il fatto è che nella mia visione, distorta non lo metto in dubbio, derivata da un passato da giovane ribelle sempre in piazza, il poliziotto era “l’altro, in tutti i sensi. La mia paura è che una vita così rigida possa cambiarlo facendolo diventare proprio come ‘l’altro’ del mio immaginario quello con il manganello in mano per intenderci.
Poi quando leggo fatti di cronaca come quello di oggi uguali ad altri fatti simili del passato, come faccio a stare tranquilla? Scusate lo so che non si può fare di tutta un’erba un fascio, e questa certezza mi consola, ma alle ansie di una mamma c’è poco di razionale da fare!!!!!

Domandare è lecito

 

Si dice domandare è lecito, rispondere è cortesia. Diciamocelo però ci sono domande talmente sciocche che non meritano nessuna ‘cortesia’.
È quello che mi è capitato un giorno in una sala di aspetto.

Si inizia a chiacchierare del più e del meno, si arriva, come sempre accade quando si ha davanti una mamma, a parlare di figli, delle varie età, di crescita, di educazione e via dicendo. Quando poi pensi che il ‘dialogo’ forzato sia finito (e non perché non ami parlare e scambiare opinioni con chiunque) arriva LA domanda, quella che non ti aspetteresti e comprendi perché stavi ritenendo quella conversazione una forzatura: cosa faresti se tuo figlio fosse gay? Credo di aver fatto finta di niente facendomi distrarre dal figlio piccolo intento a giocare nell’attesa.
Ho preso spunto però da quella domanda per ragionare con me stessa cercando di capire perché la ritenessi sciocca. In effetti posta in quel modo ha poco senso ragionarci sopra. Invece se mi avesse domandato ‘come ti sentiresti’ e non ‘cosa faresti’ ecco, lì qualcosa da dire l’avrei avuta.

Ne parlo qui sulla mia ribrica LNM