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Separare, valorizzare, favorire. Strategie per gestire i conflitti

 

I conflitti tra fratelli, nella maggior parte dei casi, sono fisiologici e sani. È attraverso di essi che i figli imparano a conoscere i confini tra ciò che si può o non si può fare.

In genere sono più aspri tra fratelli dello stesso sesso. Anche dallo scontro, ricordiamocene, i figli imparano a conoscersi, a negoziare e a mediare.

Perciò non sempre occorre intervenire. Dobbiamo essere capaci di osservarli e intervenire solo se ci sono pericoli fisici o se ci accorgiamo che è sempre lo stesso figlio a subire la pressione dell'altro. In questi casi è richiesta la mediazione dell'adulto.

Di fronte ad un litigio è bene tenere a mente qualche strategia che può tornare utile:

dividere i contendenti (se lo scontro è fisico);

attirare la loro attenzione (prima di tutto farli desistere dal litigio, altrimenti è inutile, e farsi guardare negli occhi, sempre);

comprendere le motivazioni empaticamente (verbalizzando);

descrivere ciò che sta accadendo;

evitare di consolare la vittima e insultare l'aggressore.

Inoltre se l'autostima di uno dei due è continuamente messa alla prova, è bene separare, valorizzare le competenze, favorire la realizzazione in altri campi.

E fin qui la parte 'facile'. Tutto si complica quando questi conflitti avvengono in età adolescenziale. La buona notizia è che le regole sono le stesse: separare, valorizzare, favorire.

Cambiano le strategie messe in atto e qui ogni genitore deve trovare le proprie. Non esiste LA modalità uguale per tutti, anche in questi casi non c'è un manuale di istruzione da consultare. Ogni genitore troverà il proprio modus operandi per tentativi ed errori.

Ricordiamo che se un figlio è sempre tale per un genitore, nello stesso modo la gelosia, fisiologica, sana, non si esaurisce con il diventare adulti!

 

Articolo pubblicato su lenuovemamme

 

Tempo libero

20130308-120104.jpgSono convinta che ogni bambino abbia il diritto di vivere il proprio tempo libero come divertimento, come gioco. Per molti oggi rischia di diventare un incubo.
Fuori della scuola, quando andavo a prendere mia figlia, alle 16,30, mi capitava di osservare i tanti genitori che cercavano di mettersi d’accordo su come far passare il resto della giornata in maniera intelligente ai loro figli, se non avevano quel giorno una delle mille attività che li vede impegnati settimanalmente quali la lezione di danza, il maestro di pianoforte, la scuola calcio, l’incubo della piscina, lo sport alternativo della scherma, la lezione di tennis, e poi l’ora di catechismo, la lezione di teatro, la scuola di inglese (perché conoscere l’inglese è fondamentale e non basta mai), l’ora di ginnastica artistica, la riunione scout, il corso di chitarra, e ……potrei continuare ancora.

Il tempo dei bambini oggi mi rendo conto sempre più di come sia scandito da ritmi veloci, da una serie di compiti da seguire, come un promemoria su un calendario!
E così anche il giorno libero diventa occasione per riempirlo di altre attività,

Ma il fine settimana, direte voi? C’è l’ennesima festa di compleanno, che rispecchia la frenesia della settimana appena trascorsa. E s,i perché oggi non esiste una festa per bambini senza animazione, la preoccupazione che si ha è come far passare il tempo a questi piccoli fannulloni che altrimenti ne combinerebbero di tutti i colori, facendo leva sulla loro fantasia.
E allora ecco il clown pronto a far divertire tutti i bambini, ma proprio tutti, pure quello che vorrebbe mangiare in santa pace seduto su una sedia le cibarie dell’occasione, ma no, anche per questo c’è un tempo stabilito da altri, la pausa merenda!

Io credo che il tempo libero vada gestito rispettando davvero i tempi dei bambini che hanno bisogno anche del loro tempo di scelta libero, che hanno bisogno di provare anche cosa significhi perdere tempo, sperimentare la noia per avere la capacità di trovare da soli soluzioni per riempire questo tempo senza l’aiuto, lo stimolo, l’intervento dell’adulto, liberando la fantasia e la creatività.

Riempire di senso il proprio tempo non significa riempirlo di cose da fare. E’ questo che dovremmo imparare noi adulti per primi, riappropriarci del nostro tempo, anche di quello superfluo e ai nostri occhi inutile, perché solo così torneremmo ad ascoltare le nostre emozioni, i nostri sentimenti che hanno bisogno di quel silenzio che si crea nel momento in cui si ha tempo da “perdere”, e solo così possiamo capire quanto questo allenamento sia importante anche per i nostri bambini che imparano, nel silenzio che si crea nel tempo di scelta, ad ascoltare se stessi e gli altri.

Oggi quello che fa paura al mondo degli adulti e per questo si evita ai bambini questa capacità, è ascoltare le proprie emozioni, dare spazio ai propri sentimenti, perché è inevitabile che ciò provochi sofferenza e delusioni.
La cultura del dolore oggi è qualcosa di sorpassato.

I bambini sono esclusi dal vivere l’esperienza, ad esempio, di una morte. E’ giusto fa partecipare un bambino ad un funerale anche se di un nonno? E’ inutile, ci si risponde spesso, per poi magari farli scontrare con questa realtà attraverso cartoni animati, film, telegiornali, video giochi e quant’altro senza così nessuna connotazione affettiva, privata appunto di senso.
In questo dovremmo invece imparare dai bambini e dalla loro capacità di riempire di senso anche i momenti più dolorosi, che per noi adulti hanno tempi di elaborazione assai più lunghi.

Ecco che ritorna importante il discorso del tempo, allora mi rendo conto che siamo noi adulti ad aver paura di avere tempo a disposizione, noi stessi che ci lamentano di non averne mai abbastanza, ma la realtà è che la paura di averlo ci rende veloci come non mai nel riempirlo e impegnare quello dei nostri figli diventa uno dei tanti modi per non affrontare una tale eventualità!

Ma la mia paura è che questo preservare dalla conoscenza del dolore i bambini, possa generare negli adolescenti l’incapacità di superare poi un proprio dolore, anche “piccolo” ai nostri occhi ma enorme per loro, come un fallimento scolastico o una delusione d’amore, arrivando anche ad atti estremi per incapacità a gestire le proprie emozioni.

Negoziazione

20111020-181854.jpg“Alcuni porcospini, per proteggersi in una fredda giornata d’inverno, si strinsero vicini.
Ben presto, però, sentirono le spine reciproche e il dolore li costrinse ad allontanarsi l’uno dall’altro.
Quando poi il bisogno di riscaldarsi li portò di nuovo a stare insieme, si ripeté quell’altro malanno; di modo che venivano sballottati avanti e indietro fra i due mali, finché non trovarono una moderata distanza reciproca, che rappresentava per loro la migliore posizione”

(Schopenauer, Parerga e Paralipomena)

Ecco cosa è la negoziazione. Rubin Brown nel 1975 la definisce ‘processo di risoluzione di un conflitto tra due o più soggetti in cui si cerca di stabilire cosa ognuno dovrebbe dare e ricevere in una transizione specifica finalizzata al raggiungimento di un accordo mutuamente vantaggioso’.

Sono arrivata alla conclusione che la negoziazione sia davvero l’unica alternativa possibile con i figli adolescenti, soprattutto se provvisti di carattere deciso, chiuso, forte e sensibile allo stesso tempo. Ma direi che è una modalità valida sempre.

Essere convocati dopo neanche un mese di scuola e scoprire altri 10 genitori lì per lo stesso motivo certamente è quanto meno consolatorio.

Il problema che mi pongo è semmai quello di capire se 11 ragazzi ‘irrequieti’ che disturbano a mo di branco in una classe di 26 (di cui solo 5 femmine) possa essere facilmente risolvibile con un richiamo genitoriale.

Le punizioni, dolente tasto. Molti di questi genitori sono usciti da quella riunione, commentando cose spiacevoli nei riguardi di questi ragazzi con minacce di ritorsioni, ricatti, punizioni, privazioni e chi più ne ha più ne metta.

Mi domando sono forse fuori io allora dal mondo se penso che ad una azione corrisponde una conseguenza logica che esula dal togliere lo sport, le uscite o quel che volete?
Quanto sulla lunga distanza potrà essere davvero educativo chiudere in casa un ragazzo piuttosto che fargli comprendere che la conseguenza logica ad un siffatto comportamento sarà la sua eventuale bocciatura, ghettizzazione, o semplicemente l’essere l’ultimo della classe?

Non me lo toglie nessuno dalla testa che se il mio secondogenito prova idiosincrasia per il latino non sia dovuto a quella volta, in primo liceo, in cui per ‘educazione’, ‘rispetto’, ‘principio’, per ‘dovere’ per ‘responsabilità’ l’ho fatto alzare all’una di notte perché mi ero accorta che non aveva fatto una versione di latino costringendolo fino alle tre a portare a termine il suo compito. Certo sul momento ho risolto il problema, è andato a scuola con il compito fatto, ma alla lunga? Non avrò alimentato in lui questa angoscia del latino che si porta dietro ormai da 3 anni?

Io e mia madre

Una bella iniziativa di Ifigenia nel suo blog, mi ha fatto riflettere sul mio rapporto con mia madre.

Riporto qui il mio intervento perché mi ha dato la possibilità di aiutarmi nuovamente a capire mia madre.

E’ difficile per me parlare di mia madre senza citare mio padre!

Impossibile perché ricordo ancora oggi nitidamente io seduta sulle ginocchia della maestra a 7/8 anni che mi chiedeva amorevolmente cosa era che non andava nella mia vita.
Il tutto perché, scoperto anni dopo, nei miei pensierini e temini parlavo solo di mio padre.

Quando poi morì mio padre io capii immediatamente che aveva voluto lasciare questo mondo prima di lei per dare a me lo spazio necessario per avvicinarmi a lei, compagna della sua vita tanto amta, spazio che lui riempiva consapevole di questa nostra complicità.

Non è stato facile vivere i 7 anni successivi a quell’evento.
Come cambiare e cominciare un dialogo se non si è mai stati abituati a farlo?
Forse per questo non faccio altro che parlare parlare e parlare con i miei figli, e dimostrare loro l’affetto abbracciandoli in ogni occasione…..

In un certo senso è come dice il nostro amico Ser Bruno, piaccia o non piaccia siamo quello che siamo anche in virtù di questo scambio madre/figlio.

E così devo ringraziare mia madre se sono il suo opposto con i miei figli. Il problema semmai è se i figli comprendono questa fortuna che io non ricordo di avere avuto!
Ma questo è un altro discorso.

Come si è conclusa la nostra storia?
Si è conclusa che mia madre si è ammalata di leucemia mieloide acuta e ha avuto bisogno di assistenza che prontamente ho dato, in silenzio senza pretendere né recriminare, perché l’amore che lega un figlio alla propria madre è inscindibile dal loro rapporto conflittuale.

E così alla fine dei suoi giorni mi ha chiesto scusa. Mi ha chiesto scusa per l’amore che non ha saputo dimostrami, mi ha chiesto scusa perché mi ha fatto credere, con i suoi comportamenti, di preferire mia sorella, forse solo perché più accondiscendente, almeno verbalmente, di me.

Io ero sempre quella che protestava subito, come una buona adolescente fa con ogni genitore, ma che poi interiorizzava quanto ascoltato e alla fine se era giusto faceva, ma aveva protestato in maniera molto colorita e accesa e allora questo si notava, non che alla fine dava retta.

Mia sorella più furba diceva sempre si, ma poi faceva, giustamente, come diceva lei, ma quello che si notava era la sua obbedienza!!!!

Quel chiedermi scusa mi ha ridato 40 anni della mia vita passati sottotono e con poca autostima.
Non c’è stato tempo per riempire questi 40 anni.

E’ morta nel mio letto il 17 giugno 2005, ed io ho cominciato per la prima volta un dialogo con lei.