Category: Pillole di…

Il peso delle amicizie

 

Decisivo, nella fase adolescenziale è il cosiddetto gruppo dei pari, che risulta avere un impatto fortissimo sul mondo interiore e sulla vita di un ragazzo: non ci si stupirà dunque ch’egli diventi tifoso, o aderisca a mode estetiche, e diventi dark, o emo, o bel tenebroso, o ancora sportivo, studioso (nota dolente in casa nostra) e così via.

In altre parole: se si va a valutare il peso che hanno le amicizie nella formazione dell’identità di un adolescente non si potrà considerarlo – quasi sempre – enorme, fondamentale. Un dato questo che va preso in seria considerazione, perché ci fornisce una delle leve su cui agire, in via preventiva, per un sano sviluppo della personalità dei nostri figli.

Che cosa può fare un genitore in un periodo di così grande cambiamento nella vita di un ragazzo/a?

Sicuramente non deve idealizzare il figlio, deve adottare uno stile educativo che alterni vicinanza e promozione dell’autonomia: la strada giusta è quella di accettare il proprio figlio con i suoi limiti e le sue potenzialità.

In tutta sincerità, vorrei avere una risposta più esaustiva: ma quello che so – per cominciare – è che bisogna esserci. A ognuno di noi tocca trovare le modalità per far senite questa vicinanza ai figli, e per trovare la chiave per accedere al loro cuore e alla loro sensibilità; nel mio caso, hanno funzionato modalità relazionali anche molto diverse fra loro: dal dialogo fino allo sfinimento (con figlio n. 2) a una prossimità silenziosa, tessuta di poche parole ma ricca di fatti (con figlio n. 3).

 

Articolo pubblicato su lenuovemamme

 

Virtuale vs Reale

virtualeReale

Riflettevo proprio oggi con un caro amico gesuita, sulle nuove tecnologie e i giovani d’oggi.

È indubbia la differenza abissale che c’è tra la nostra generazione vissuta a cavallo di questo cambiamento e i nostri figli.

Ma la considerazione che più mi ha colpito nel discorso è la consapevolezza che per i ragazzi il computer, il telefonino, internet in generale non sono un mezzo per arrivare a, per cercare informazioni, per allargare orizzonti ecc. – il modo in cui la mia generazione di fatto usa queste tecnologie – ma un vero e proprio ambiente in cui vivere.

Sono nati in questo ambiente, che naturalmente può cambiare in continuazione: una casa accogliente, un bosco pieno di insidie, una strada buia, un cortile dove giocare …

Quando si nasce in uno specifico ambiente si è parte di esso e se ne assimilano abitudini – belle e brutte che siano.

Dicevamo che come genitori possiamo lavorare molto sull’ambiente per migliorarne la qualità, il problema si pone appunto quando “l’ambiente” è tale come peso significativo nelle vite dei nostri ragazzi ma “virtuale” e pertanto non di facile ‘manipolazione’.

Ecco che tutto si complica!

Il punto di vista che anima ogni mia azione è quello basato sulla qualità delle relazioni famigliari e sul rispetto delle esigenze di ognuno e non su rigide prese di posizione. Ecco perché non sono d’accordo sulle ‘punizioni’ basate su divieti ‘a prescindere’ (tagliare l’uso di internet o sequestrare un cellulare…)

Ci deve sempre essere una motivazione ‘saggia’ ad un determinato provvedimento – e quando dico saggia mi riferisco alla situazione famigliare che ognuno vive e non saggia in assoluto – che, nel caso di figli adolescenti, deve essere anche condivisa e per quanto possibile dovrebbe prevedere una sana partecipazione collaborativa tra i vari membri della famiglia.

Manipolare, cambiare l’ambiente virtuale di fatto non è possibile, migliorare la qualità della comunicazione per far si che i due mondi possano vivere in parallelo perché l’uno non esclude l’altro, si

 

Articolo pubblicato su lenuovemamme.it

Accogliere il bisogno

 

Trovo che conoscere dinamiche e risvolti psicologici, scientifici, biologici legati al passaggio dall’infanzia all’adolescenza, possa dare ai genitori alcuni strumenti in più per rimanere in contatto empatico con i propri figli, anche durante gli scontri più duri (per me è stato così).

Ricordo quella volta in cui mia figlia, quattordicenne, durante una normale, benché animata, discussione, non ha retto lo stress emotivo, quindi, ha preso la porta e se ne è “andata di casa” – per poche ore, fortunatamente, e controllata a distanza -, lasciandomi però con un senso di sconfitta, che non ha paragoni.

È stata un’esperienza formativa, che mi ha permesso di non commettere più lo stesso errore. Ho ritrovato, a riguardo, un insegnamento utile in uno dei miei corsi: in sintesi, consiste nell’affermazione che comunicare vuol dire rispondere a un bisogno, e l’ascolto è lo spazio concesso all’altro. Nella circostanza di cui ho parlaro sopra – me ne sono resa conto dopo -, io non ho saputo ascoltare mia figlia, poiché non sono stata in grado di rispettare e accogliere il suo bisogno del momento.

Molto spesso, la comunicazione con gli adolescenti (e non solo con loro) non deve consistere nel rispondere direttamente a una richiesta di aiuto; dobbiamo essere consapevoli che il nostro interlocutore non necessariamente richiede una risposta, o pretende la soluzione immediata del problema: la maggior parte delle volte cerca piuttosto la via di una comunicazione reale, di una semplice condivisione del problema.

Articolo pubblicato su lenuovemamme.it

Lo sviluppo dell’identità

Come raccontavo qui qualche anno fa ho seguito dei corsi sulle dinamiche genitori/figli. In uno di questi incontri si è parlato dello sviluppo dell’identità.

Il soggetto principale sono, come sempre, i nostri figli adolescenti e come cercare di aiutarli in questa fase di crescita. Partiamo dalla considerazione che la qualità della vita è un processo dinamico. Non c’è una fase della stessa senza cambiamento.

L’individuo è, infatti, frutto di interazione tra patrimonio genetico e l’ambiente in cui si vive. Non è più valida la teoria dell’innatismo del passato (solo dotazioni di partenza) l’ambiente in cui si vive ha un ruolo fondamentale. E’ chiaro che difficile è cambiare il patrimonio genetico, si può migliorare l’ambiente, il contesto, migliorare la qualità di un ambiente adeguato che contribuisce a diminuire i disagi.

L’identità è l’idea che l’individuo ha di sé che riempiamo piano piano durante il corso della vita, un sacco sempre aperto in cui è necessario a volte buttare ciò che è superato per aggiungere nuove cose. Identità una miscela continua.

Quali sono, pertanto i fattori che costituiscono l’identità di un individuo?

Una parte è data dalle capacità di base, quelle ereditate per intenderci (capacità artistiche, una bella voce…)

Poi si aggiungono le conoscenze significative: ciò che si impara da piccoli.

Le abilità specifiche: quello che si sa fare meglio. E qui voglio fare una riflessione. La nostra cultura è portata quasi sempre ad evidenziare ciò che è negativo piuttosto che valorizzare le positività. Facciamo un esempio. Un ragazzo a scuola va male in matematica ma bene su tutte le altre materie, ebbene sfido la maggioranza dei genitore a non porre l’accento su questa sua incapacità, piuttosto che riconoscere le sue capacità sulle altre materie, lodandolo per questo. Non siamo quasi mai contenti.

Continuando sui fattori che contribuiscono a formare l’identità di un ragazzo ci sono quelli che vengono definiti gli atteggiamenti, lo stesso modo di fare, ad esempio, di un genitore; i tratti che il bambino respira in famiglia e che acquisisce e che nessuno ha mai insegnato.

Aggiungiamo i valori individuali: il concetto di valore entra in gioco ad esempio quando il ragazzo comincia ad avere una vita sociale più identificata (a 16 anni se butta una cartaccia per terra a scuola viene considerato un maleducato). Ma ci sono valori nell’infanzia fondamentali che danno la capacità al ragazzo di avere poi regole di vita quotidiane “normali” perché ha acquisito nell’infanzia la consapevolezza di dover fare alcune cose in quanto “regole” (lavarsi i denti, lavarsi le mani, dire sempre grazie, e altro)

Infine ci sono i valori sociali: rispetto, tolleranza ecc. ecc.

Nella formazione dell’identità intervengono e interagiscono, pertanto, tra di loro la cultura, la scuola, la famiglia, le componenti biologiche…

Ma l’identità ha anche delle caratteristiche:

realistica ossia “chi sei tu” o meglio quanto meno “chi non sei tu”. Con questa consapevolezza affronta, ad esempio, esperienze nuove con minor frustrazione: gioca a calcio ma ha la consapevolezza di non essere un futuro Totti;

positiva: la consapevolezza dei propri punti di forza e di debolezza;

e dinamica nel senso che è un processo continuo.

Il genitore, spesso e involontariamente, non aiuta catalogando continuamente certi atteggiamenti del proprio figlio: “sei sempre il solito” questa frase se detta abitudinalmente contribuisce a far si che quel bambino diventi esattamente come lo stiamo catalogando. “sei il solito pigro” lo aiutiamo a diventare pigro, adesione allo stereotipo.

Scrive Anna Oliverio Ferraris:

L’identità personale e la stima di sé non si costruiscono solo sulla base delle caratteristiche individuali, ma anche in rapporto all’immagine che di noi stessi ci rimandani gli altri, alle loro valutazioni, più o meno benevoli, più o meno comprensive o incoraggianti” (2003).

E chi se non noi genitori per primi dobbiamo comprendere, sostenere ma soprattutto incoraggiare i nostri figli?

 

Articolo pubblicato su lenuovemamme

Bibliografia

Miller, Teorie dello sviluppo psicologico

Immagine:

René Magritte – Decalcomania, 1966

 

Messaggi, comprensione e mariti rincoglioniti

 

Quando ero ragazza ricordo che per anni ho cercato di capire un fenomeno strano. Quando mi capitava di andare al bar e chiedere un succo di frutto aggiungevo sempre “qualsiasi frutto tranne la pera”. Immancabilmente mi aprivano il succo alla pera.

Poi ho ho avuto una illuminazione, non mi ascoltano, o meglio ascoltano parzialmente e quello che sentono è solo pera e vai, quella mi danno.

Da quel momento la mia richiesta è stata: “vorrei un succo alla pesca”. Più nessuno errore!

Ieri al marito (lui è rincoglionito di suo metteteci che è maschio e la bomba è carica) ho chiesto se tornando a casa fosse passato a comprare un secondo di carne per i ragazzi, siccome le ultime tre volte hanno mangiato pollo ho specificato: hamburger, straccetti, fettine, tutto TRANNE pollo, e glielo ho scritto vis sms con tanto di carattere maiuscolo.

Secondo voi cosa mi ha riportato il marito? Fettine di petto di pollo, petto di pollo intero e tre polletti da fare allo spiedo.

Ecco che a distanza di 30 anni ho capito davvero il meccanismo, non è che si ascolta parzialmente, e nella fretta o nel fare mille cose contemporaneamente si da peso a poche parole, o solo alle ultime che si pronunciano, è il comando in negativo che perde in partenza.

È il bicchiere mezzo vuoto che non funziona MAI!

Il mio amato Gordon ritorna prepotentemente anche per queste piccolezze, che dimostrano però come le mille sfumature di una conversazione hanno il loro peso e fanno la differenza.

Sono i messaggi in positivo che devono privilegiare nelle nostre conversazioni.

Appena finisci di studiare vedrai la tv” è moooolto meno meglio di “se NON studi NON vedi la tv“. Quante volte me lo avete sentito dire o scrivere!

Oggi ho capito che non solo con i figli hanno importanza i messaggi in positivo, parlare in positivo evitando le negazioni, per quanto possibile, è la base per una comunicazione efficace sempre e comunque.

 

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San Valentino festa dell’amore, ma quale?

 

San Valentino festa dell'Amore.

Ma di quale amore parliamo?

Reale e virtuale che si mescolano e generano “amori malati”.

In questo giorno dedicato all'amore riflettiamo e parliamo d'Amore ai nostri ragazzi.

Quello vero però.

Il mio San Valentino raccontato qui su lenuovemamme.it

 

Auguri a mia figlia Valentina!