Category: Detto da voi

Detto da voi: novantacinque tesi sulla scuola

Detto da voi oltre a ospitare i vostri contributi, è una categoria che ho pensato per condividere ciò che trovo interessante in giro per web. E oggi non posso fare a meno di condividere un bellissmo articolo che ho scoperto su FB e che vi riporto nel link sotto.

Sono novantacinque tesi sulla scuola (che non appenderò alle porte del Ministero).

Ve ne anticpo qualcuna giusto per incuriosirvi, ne valgono la pena

 

1. I ragazzi non devono annoiarsi a scuola; chi si annoia non impara.

2. Il contrario di annoiarsi a scuola non è “divertirsi”. È essere “interessati”

3. L'interesse nasce di fronte a qualcosa di nuovo e complesso ma comprensibile: una sfida difficile ma non tanto da non poter essere affrontata.

…………..

95. Non vado a scuola per un pezzo di carta, ma un pezzo di futuro.

 

Grazie a Annamaria Testa per quanto scritto

Una mamma ‘cocciuta’

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Vi invito oggi a leggere con molta attenzione una testimonianza di un’altra cara amica virtuale che lascia un grande amaro in bocca. L’abbandono che si ha in certe situazioni, da parte delle istituzioni, delle ASL, della scuola ecc. è davvero imbarazzante. Solo obblighi, doveri e nessun diritto, e il tutto a scapito di quei ragazzi che avrebbero bisogno di tanto aiuto concreto, perché in certe situazioni il solo amore di una mamma potrebbe non bastare.

Grazie amica cocciuta, so che ce la farete.

Buongiorno a tutte,
sono una 3VM, l’ultimo dei mie figli a 42 anni.
Bimbo solare, aperto, giocherellone e discolo quanto basta per essere nella norma.
Arriviamo alla materna e, un pomeriggio, all’uscita dalla scuola il mio “cucciolo” mi viene incontro dicendomi che lui è stupido, che non capisce niente e che tutti sono più intelligenti di lui. Comprendo il problema (in famiglia soffriamo chi più chi meno di mancanza di autostima quindi so di cosa stiamo parlando) e da quel momento mi spendo ad infondere a mio figlio quella giusta “dose” che deve avere verso sé stesso.
Proseguiamo il cammino di crescita e S. si divide fra scuola elementare, con buoni risultati, e il gioco, sempre e tanto, con gli amici.
Siamo arrivati alla 3a elementare e qui l’impegno si fa più pesante, come ben sanno tutte le mamme. Iniziano le lezioni e le interrogazioni. Dopo un po’ iniziano anche i problemi intestinali.

All’inizio si pensa ad una forma influenzale che però non passa; si pensa quindi ad una forma di stress da prestazione scolastica, ma la pediatra non sembra molto convinta. Dietro mia insistenza riesco a farmi prescrivere i test allergologici dai quali risulta che S. è allergico al lattosio. Mio figlio viene messo subito a dieta eliminando tutte i cibi che contengono il latte e i suoi derivati. Qui scopro, con mio sommo stupore, che quasi il 90% degli alimenti contiene lattosio: i surgelati, i succhi di frutta, il vitello (ovviamente vive nutrendosi del latte della mucca), i salumi, ecc. .Per un anno le mie incursioni al supermercato erano concentrate nella ricerca di alimenti idonei, e ci passavo le ore.

A lungo termine però la situazione, nonostante la dieta anti-lattosio, non porta a nessun risultato se non a quello che apprendo, sempre on line, che chi soffre di problemi di intolleranza ha anche problemi psicologici legati a stress, ansia, disturbi emozionali, depressione. Sembra che i due problemi siano associati.
Arriviamo alla prima media inferiore che S. vorrebbe frequentare insieme a quasi tutta la sua classe ma che io, essendomi informata su quell’istituto non approvo e lo iscrivo quindi, in un diverso istituto, con altri suoi compagni di classe. Qui, tra assenze e frequenze riesce a superare il primo anno. Nel frattempo mi sono assunta l’impegno di portare mio figlio da uno psicologo per adolescenti.
S. riesce ad instaurare un buon rapporto con questa persona MA, siccome non è uno psicologo privato (non ce lo possiamo permettere) ha dei termini limitati per l’assunzione in carico di un paziente. I termini erano i seguenti: 6 mesi di presa in carico – 6 mesi di fermo – poi si poteva ripartire per altri 6 mesi di presa in carico – quindi 6 mesi di pausa. In conclusione, valutata la proposta, ho preferito optare per un’altra soluzione in considerazione del fatto che , fare 6 mesi di pausa, a mio giudizio, avrebbe annullato gli sforzi fatti nei 6 mesi di terapia.

Mi sono rivolta quindi ad un’altra struttura PUBBLICA dove la presa in carico di un paziente non avrebbe avuto limiti di tempo e dove, al posto dello psicologo, S. avrebbe incontrato uno psichiatra.
Da mamma ho pensato a che figura potesse essere più adeguata. Visto il rapporto inesistente con il padre ho optato per una figura maschile.
Purtroppo l’unico uomo, a mio giudizio, forse non era molto adatto a trattare con S. perché, come mi è capitato di provare durante il primo colloquio famigliare, se solo mi permettevo una domanda o un chiarimento che egli ritenesse superfluo, si tramutava da persona pacata a persona aggressiva. Messo da parte il mio orgoglio (che purtroppo è sempre pronto a farmi scattare), per il bene di mio figlio decido di proseguire.
S., persona molto, troppo riservata e orgogliosa, all’inizio denuncia una fatica nel rapportarsi con lo specialista e, cosa che da sempre mi ha preoccupata, non riferisce niente dei suoi problemi.

Nel frattempo S., dopo una lite in famiglia, prende un coltello da cucina e se lo punta contro sé stesso. Sono stata assalita da PURO PANICO. Superato il momento e disarmato mio figlio ho contattato sia lo psichiatra che il medico di base e viene deciso il ricovero presso la neuropsichiatria infantile dell’ospedale.
Qui lo tengono in osservazione per una notte e, dopo un rapido colloquio prima con S., quindi con me, il medico che ci ha “valutati” decide le dimissioni con il consiglio di farlo prendere in carico presso l’ospedale stesso.
Visti i rapporti non sempre sereni con lo psichiatra mi reco in ospedale (dove è avvenuto il ricovero) chiedendo che venga preso in carico dalla struttura. La loro risposta mi ha lasciata esterrefatta: “Signora noi non abbiamo la possibilità di farci carico di suo figlio perché siamo già pieni! Prosegua con lo specialista che lo sta seguendo”. Scioccata da tanta faccia tosta (il medico era lo stesso che mi aveva suggerito il cambio) ritorno sui miei passi e ricontatto lo psichiatra che lo aveva in cura il quale mi propone due alternative:  – farmaco per calmarlo oppure farlo internare in un centro di recupero per ragazzi con problematiche simili.*Decido come primo step un farmaco per calmarlo. A S. ne vengono prescritti due: il primo lo fa vivere come uno zombie, perennemente addormentato e quindi viene scartato, il secondo lo lascia completamente senza forze e viene scartato anche quello.
Tra un tentativo e l’altro passano 6 mesi o più.

Da mamma, vedendo un progressivo peggioramento della situazione PRETENDO un colloquio personale con lo specialista che, allibito da quanto gli racconto, ammette di non essere a conoscenza della situazione nei termini in cui gliel’ho riferita io. – commento personale: difficile esserlo se durante le sedute il tutto si riduce ai semplici giochi di UNO, oppure delle carte o degli scacchi.
Nel frattempo S. passa tutte le giornate davanti alla Playstation e alla sera, dopo mezzanotte o la, passa al cellulare per vedersi i video dedicati ai giochi una che fa durante la giornata. Il suo orario per andare a letto passa dalle 23 alla 1 per poi arrivare alle 4 o alle 6 del mattino. Il suo risveglio, per forza di cose è passato dalle 8 di mattina alle 14-15 di pomeriggio.

Ed ora passiamo al discorso scuola. S. non riesce più a frequentare la scuola in quanto il suo problema, che viene definito di origine psicosomatica, gli causa seri problemi intestinali e quindi, arrivati a fatica alla seconda media, gli impediscono la regolare frequentazione. Prima bocciatura in seconda media per assenze. Lo tranquillizzo ricordandogli che la sua bocciatura non dipende da carenze intellettive ma da semplici assenze giustificate.
A questo punto S. mi comunica che non riesce più a frequentare la scuola. Mi carico della mia grinta per risolvere anche questo problema e cerco, tramite la rete, informazioni che mi permettano di trovare delle alternative alla scuola. Mi imbatto in una strana voce “educazione parentale”. Cos’è? In cosa consiste? Qualcuno supporta la famiglia? Ho passato mesi alla ricerca di risposte e, quando disperata ho chiesto aiuto al Dirigente Scolastico dell’Istituto che frequentava mio figlio, non sono stata per nulla facilitata se non nel fatto di farmi sapere che da quando si presenta la domanda di istruzione parentale il ragazzo non fa più parte dell’istituto né tantomeno della classe di appartenenza.

Dopo aver scaricato tonnellate di informative MIUR, dopo aver contattato una mia cugina insegnante di sostegno in una scuola superiore che a sua volta ha contattato un’altra insegnante che ha fatto parte per alcuni anni della commissione d’esame per esterni, ho finalmente ottenuto alcune risposte.
Devo segnalare  la disponibilità delle insegnanti, e nello specifico la sua insegnante d’inglese che all’epoca era la rappresentante docenti per la classe, che ha sempre fatto da trait d’union tra scuola e famiglia facendomi pervenire l’elenco dei compiti e delle lezioni che si sono svolte durante tutto il 2° anno di scuola media inferiore.
Arriviamo quindi l’inizio dell’anno solare successivo e, memore di quanto letto on-line, chiedo al Dirigente se devo produrre una domanda per l’ammissione agli esami da privatista. Nessuna risposta. Onde evitare ritardi e/o errori di non ammissione, produco una domanda auto redatta di richiesta di ammissione agli esami di 2a media inferiore. Mi reco quindi in segreteria e la faccio protocollare. Siamo ai primi mesi dell’anno. Verso la metà di maggio, a termini ampiamente scaduti, il dirigente mi fa la cortesia di farmi avere un modulo, ovviamente diverso da quello da me prodotto, per la presentazione della domanda di ammissione agli esami.
Durante questi mesi che vanno da gennaio a maggio mi sono anche recata due volte presso l’Ufficio Istruzione della Provincia alla quale apparteniamo per avere chiarimenti e informazioni su quello che, come genitore, potevo fare e quello a cui avrei potuto avere diritto (insegnante di sostegno presso la dimora ealtro) a livello educativo. La risposta fu questa: “Lei ha fatto domanda di istruzione parentale quindi LEI deve portare avanti il suo impegno. Chieda aiuto/supporto alla scuola di appartenenza”. In pratica il gatto che si morde la coda!

Ho anche mandato della emails alla Regione Lombardia – Ufficio Pubblica Istruzione – con risposte dello stesso tenore. Ho anche chiesto se come genitore/insegnante potevo avere diritto a degli sconti per visite guidate, gite (intese come biglietti ferroviari oltre ai biglietti di ingresso per musei, castelli, ecc,). provate ad immaginare la risposta a questa mia richiesta. Esatto! La risposta è stata un bel NO! Al genitore rimangono solo gli obblighi.
Arriviamo al fatidico giorno degli esami. S. si è recato con terrore presso la sua scuola e, durante quella sessione è riuscito a portare a casa la sua scheda con la dicitura “promosso”. Non mi ha disturbato il fatto che i voti non fossero alti, S. è stato grande superando tutte le sue angosce.
Dopo una meritata vacanza ci prepariamo a tornare sui libri per il conseguimento del diploma di 3a media inferiore. Ma il lavoro è impossibile. S. si addormenta tardissimo e la mattina non riesce ad alzarsi in orario per di più prende ogni scusa per non impegnarsi finché, verso novembre ha il rifiuto totale di studiare con me. Risultato: non si è eppure presentato agli esami.
A livello di psichiatra non si notano cambiamenti che permettano intravvedere un se pur minimo miglioramento
*E’ in questo periodo che si tentano dei farmaci per permettere a S. di rilassarsi ma dopo il primo farmaco l’effetto è quello di avere uno zombie in casa. Al secondo tentativo con un farmaco alternativo si ha l’effetto di gambe molli che non riescono a sostenerlo e S. decide, autonomamente, di sospendere definitivamente il farmaco.

I colloqui con lo psichiatra continuano con i giochi fino al momento in cui, dopo un mio aggiornamento dello psichiatra della situazione reale di quel momento, S. che scopre il mio intervento presso lo specialista, decide di non andare più agli incontri dove invece mi reco io. Durante uno di questi miei colloqui il medico mi comunica che esistono poche strutture in Lombardia (2 o 3) specializzate nella cura di queste patologie a livello adolescenziale. Si opta per la struttura di Monza – Ospedale S. Gerardo (siamo ad Aprile 2013). Sollecito diverse volte lo specialista affinché a sua volta intervenga presso la struttura per accelerare il ricovero di S. ma senza risultati positivi. Mi attivo quindi personalmente ricercando il numero di telefono e chiedendo il numero diretto del reparto. Siamo ai primi di agosto e, per la settimana successiva, mi viene fissato il ricovero di mio figlio. Il giorno prima del giorno del ricovero, come mi viene suggerito anche dal medico di base, informo S. di quello che avrebbe dovuto fare per riprendersi in parte la sua vita con orari normali di veglia e sonno. S. però, la cui altezza è di circa 1,80 Mt., il cui peso è di circa 80 kg. e la cui forzaè immensa non ne vuole sapere e, a malincuore, non riuscendo a convincerlo, sono COSTRETTA a rinunciare. Soffro molto per questa decisione forzata ma, a detta del personale ospedaliero di Monza e di altri medici interpellati, l’unica soluzione sarebbe stata un ricovero forzato con ambulanza che però sarebbe stato controproducente.
Mi sono anche rivolta, dietro consiglio dello specialista e del medico di base, per un aiuto ai servizi sociali della mia città dove, dopo aver spiegato la mia situazione e il percorso da me intrapreso per uscirne, mi sono sentita rispondere in questo modo: “Signora, finora ha fatto tutto quello che si doveva fare in una situazione del genere. Vada avanti così.”

Arriviamo ad oggi: S. ha i soliti non orari di sonno e veglia e l’impegno preso con me di studiare perché, come ha confessato durante una notte di dialogo a due, vuole uscire dalle medie non ha trovato la concretezza che mi ero auspicata. Il suo risveglio è alle 14-15 – nonostante io inizi a chiamarlo verso le 9 del mattino – ed è per questo che quest’anno non lo ho ancora iscritto a nessun istituto, perché non so se e come riuscirò a farlo studiare visto che, per di più, si attacca ad ogni piccolo screzio per chiudere definitivamente i libri. Da settembre ad oggi avrà studiato sì e no qualche giorno.
Sono stata nuovamente dallo psichiatra per produrre la domanda da presentare ai servizi sociali che mi permetta di avere occasionalmente una persona (ragazzo) che venga per far studiare S. questo dopo che avranno studiato il caso e cercato la persona disponibile. Solito palliativo che non risolve niente visto che a detta anche dello stesso psichiatra per S. ci vorrebbe il ricovero in un istituto.
Ieri mi sono recata dal medico di base e forse, tramite una sua conoscenza, potrò ricoverare S. presso un istituto per il recupero dei ragazzi con problemi. Incrocio le dita anche se, il suo allontanamento mi preoccupa. L’unica cosa che  mi fa proseguire in questa decisione è il suo bene, lo amo troppo per vederlo in queste condizioni.
 
Una mamma “cocciuta”

Chiudere a chiave non serve

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Ho letto questo bellissimo sfogo di una amica di FB, a cui ho dedicato il ritratto/avatar qui accanto, che ammiro e stimo tanto. Lei scrive benissimo, racconti un po’ surreali presi dalla sua quotidianità, con una ironia che le invidio molto.
In questo caso ho apprezzaro la sua sincerità, mi sono rispecchiata nelle sue parole, avendo già vissuto momenti simili e provando le stesse emozioni. Pertanto ve le riporto, con il suo permesso, così come gettate su un foglio di diario seppur virtuale.
Condividere è una opportunità che questo mondo social ci offre, ci credo molto in questo e cerco di sfruttarlo come meglio posso.

Domenica 3 novembre 2013 dal diario di facebook

“E’ inutile leggere libri sul tema, praticare l’ascolto attivo, essere autorevoli e recitare rosari: superare la prova orale è una sciocchezza, ma con l’esame di pratica la bocciatura è dietro l’angolo.
Essere mamma di un adolescente è una delle prove più difficili. Soprattutto se, come me, ci si ricorda come si stava in quegli anni: il bisogno ineluttabile di stare con gli amici, la certezza inoppugnabile di non essere capiti dagli adulti, il desiderio ineffabile di essere figli di quel campione sportivo, di quel comico o di quel cantante, la rabbia che in certi momenti si sente dentro e che…. -To’, mia madre! Ora la sfogo tutta su di lei.

Me lo ricordo benissimo come si stava. Desiderare qualcuno accanto che ti capisca, che la pensi come te, che reputi importanti le cose che sono importanti per te, non come quella sciocca di tua madre che si preoccupa solo che tu abbia mangiato la verdura, che ti sia lavata i denti e che abbia fatto tutti i compiti.
Figuriamoci se lei può capire quel groviglio che hai dentro, quell’ altalena emotiva, quella voglia di vincere.

E invece io mi ricordo e capisco tutto. E’ solo per questo che tante volte faccio finta di non vedere e non sentire. Ma poi arriva il giorno X in cui una semplice porta sbattuta fa traboccare il vaso e allora no: tu a mangiare la pizza non ci vai. Cosa? Ci vai lo stesso? Ti tolgo il computer! Dove vai? Torna qui. Ti tolgo pure il cellulare. Torna qui ho detto!

E poi non c’è più. E’ andato via. La giacca è rimasta sull’attaccapanni. E’ tutto ciò che mi rimane di lui. La abbraccio come facevo con lui un tempo, la annuso ed esco a cercarlo. La vita a volte è meglio di un film: tutto questo è successo proprio il 1 Novembre e la banda che intona la Marcia Funebre di Vella per il corso mi dà il colpo di grazia. L’ultimo brandello di tessuto cardiaco che teneva insieme il mio cuore si lacera. Sarà per quel brano, che prende noi sulmonesi in modo particolare, ma faccio la mia stupida passeggiata-ricerca sentendo il pugnale nel cuore e il velo nero addosso. 

Eccolo! L’ho visto! -Tieni: se devi scappare di casa, mettiti almeno la giacca, sennò ti ammali! Che fai? Passeggi con noi o continui a scappare? Scappi. Va bene, noi andiamo da nonna, ti aspettiamo lì se vuoi.

E’ andata così perché credo che le emozioni vadano vissute fino in fondo. Perchè chiudere a chiave qualcuno in casa non serve a niente.
Perchè la rabbia va attraversata e capitaa Perchè passi il messaggio del “Noi per te ci siamo nonostante tutto”.

In questi momenti puoi rifugiarti solo da chi non legge più libri e articoli sull’argomento, ma che potrebbe scriverne diversi; da chi ha figli ormai trentenni ed è uscito incolume da tutto questo; da chi non ti darà consigli asettici, ma ti ascolterà sorridendo e raccontandoti un episodio non molto diverso avvenuto in casa sua.
Ascoltare racconti simili al tuo, conclusisi bene, con un finale lieto e struggente è la sola cosa che puo’ darti speranza in quel momento.

Dopo mezz’ora il figliol prodigo ci ha chiamati da casa. La fuga è finita, discutiamone in pace.
“Odio punirti, perché voglio vederti felice, ma devi prenderti le tue responsabilità. Non sei più un bambino e tutto quello che dici e fai ha delle conseguenze. Sempre”. (cit. mio marito).”

Grazie Raffaella

Un bacio in fronte

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– …e poi ti sorprendono, dopo i brutti musi, le mille incazzature quotidiane, le risposte maleducate che ti avviliscono e ti meravigliano sentirle uscire dalle loro bocche; tu che ti sei tanto preoccupata di insegnargli la buona educazione ti accorgi in un secondo che è tutto svanito; poi un giorno il mal di testa ti prende e ti costringe a letto con un malessere tale da non poter nemmeno preparare il pranzo senza vomitare, sei presa tra il sonno e la veglia per la spossatezza, non percepisci i rumori di casa.
Un sussulto, uno spavento e ti ritrovi chino sulla tua fronte il ragazzo che hai cresciuto. Un bacio, si siede in parte al letto e mi sorride, non ha fretta di andarsene, mi chiede come mi sento, si offre di farmi un thè, chiacchieriamo piacevolmente, (come dovrebbe essere nella normalità) gli propongo di telefonare alla nonna per salutarla e lui non si oppone, anzi al telefono è un nipote perfetto e la nonna piange e io mi commuovo, sono passati 10 minuti, e so già che questi 10 minuti mi serviranno per superare i prossimi mesi in cui tutte le dinamiche più spiacevoli si rimetteranno in moto.
Questo è essere genitore di un adolescente!

testimonianza di un’amica
Grazie

La tata sadomaso secondo Eretica

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Voglio condividere con tutti voi l’articolo di una amica Eretica che gestisce diversi blog davvero interessanti. Questo articolo non potevo limitarmi a leggerlo, siccome lei lo dice molto meglio, ecco il link dove commenta la famosa, purtroppo, trasmissione SoS Tata.

La Tata Sadomaso

Detto da voi

In questo viaggio attraverso le mie esperienze di crescita insieme ai miei figli, mi piacerebbe aggiungere pezzetti di vita di altre mamme alle prese con questa fase di passaggio così delicata e così sofferta come è l’adolescenza.

Chi volesse condividere insieme a tutte i propri sentimenti, i propri racconti di vita può scrivere direttamente in questa pagina o al mio indirizzo mail 5voltemamma@gmail.com ed io lo pubblicherò nella rubrica ‘Detto da voi’.

Grazie